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«Nel Mediterraneo seguiamo le navi mandate da Mosca»
Corriere della Sera – «In Ucraina sul campo di battaglia non c’è solo il militare. C’è anche il rappresentante dell’industria: la sera studia e il giorno dopo cerca di avere una soluzione ai nuovi tipi di attacco», dice l’ammiraglio di squadra Giuseppe Berutti Bergotto in questa intervista, la prima a un quotidiano da quando è stato nominato in novembre capo di stato maggiore della Marina militare.
Il fenomeno che l’ammiraglio descrive riassume come in un’inquadratura cinematografica quanto cambia la guerra in epoca di rivoluzione tecnologica e sommovimenti negli assetti internazionali. Nell’ufficio principale di Palazzo Marina si impone alla vista una riproduzione lunga oltre due metri della portaerei «Cavour». La lucida teca che la contiene si distingue dal solenne e austero arredamento di tempi trascorsi.
Droni aerei e marittimi, mezzi subacquei senza pilota, armi di ultima generazione. Le novità nei modi di fare la guerra comportano aggiornamenti nella Difesa.
Quale ritiene la sfida principale del suo mandato?
«Anticipare la minaccia che avremo domani. Non è una sfida solo per i militari».
Per chi altro?
«Anche per l’industria, sulla base delle nostre esigenze. E richiede uno sforzo corale della nazione».
Nel Mediterraneo chi vi sta dando fastidio?
«Pur non trovandoci di fronte ad attività ostili va mantenuta la più accurata sorveglianza. Da tenere presente c’è un contesto».
Quale?
«Nel mondo la sicurezza non è scontata come poteva essere alcuni anni fa. Oggi tu affronti una minaccia. Domani non sei sicuro che la minaccia sia la stessa. La tecnologia evolve nel giro di settimane».
Che cosa comporta?
«I tempi di reazione ad alcuni attacchi sono così rapidi da non permettere ritmi di pensiero ordinari. La mia sfida è preparare la Marina, dai punti di vista tecnologico e di formazione del personale, a essere pronta ad affrontare ogni tipo di minaccia, compreso uno che oggi non conosciamo. Un’operazione anche mentale. Richiede flessibilità e aggiornamento continuo».
Quali insegnamenti avete ricavato nello scortare i mercantili presi di mira dagli Houthi dello Yemen?
«La conferma della vulnerabilità di passaggi obbligati come lo stretto di Bab El Mandeb: perfino tecnologie a basso costo possono bloccare parte notevole del traffico navale mondiale. Nel Mar Rosso gli Houthi hanno lanciato droni contro cargo da noi scortati e nostre navi. Tutte le Marine, all’inizio, hanno utilizzato missili, i quali hanno un costo medio superiore al milione di euro. I droni da contrastare di euro ne costavano circa ventimila. Venivano abbattuti, ma la spesa non era sostenibile. Dunque abbiamo impiegato i cannoni da 76 millimetri che avevamo sulle navi con un munizionamento e una spoletta settati in un modo da ottenere la stessa probabilità di abbattere il drone a costi enormemente inferiori a quelli del missile. In parallelo abbiamo sviluppato sistemi elettronici per andare sulle frequenze di guida e rendere il drone inerte».
Per dotare la Marina di un sistema anti-droni è in corso un «programma pluriennale» già sottoposto al Parlamento. Come procede?
«Abbiamo già a bordo delle nostre navi prototipi che sperimentiamo. E contro la stratificazione delle minacce eseguiamo esercitazioni chiamate Opex: di fatto, chiediamo all’industria di che cosa dispone. Per esempio, c’è bisogno di droni per la sorveglianza? Droni che permettano di difenderci da droni? Facciamo un’esercitazione mirata e chiediamo all’industria di mostrarci qual è lo stato dell’arte. Ciò ci consente di avere un mezzo disponibile subito. Oggi non posso riceverne uno dopo cinque o sei anni. Accadeva prima. Adesso è un’attesa troppo lunga. Spesso occorre guardare a che cosa c’è già sul mercato e adeguarlo alle necessità».
Nessuna preoccupazione dalle navi russe?
«Sappiamo dove sono e in genere che fanno. Il Mediterraneo è diviso in aree di competenza Nato. Tutte le navi russe e i sommergibili russi che si trovano nel Mediterraneo sono controllati».
Anche le imbarcazioni ufficialmente presenti per ricerca scientifica?
«La unità catalogate come oceanografiche sono più “attenzionate”: una ha compiuto le sue ricerche, si può immaginare che abbia elaborato anche una mappatura di cavi, oleodotti, metanodotti. Mesi fa una nave della stessa classe, Akademik, ha compiuto ricerche verso il Regno Unito, guarda caso vicino a linee di cavi. Si tenga conto che il 99% del traffico internazionale di dati passa su fondali marini. Un danno ai cavi ne può causare uno grave alla nazione».
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