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Difesa, tecnologia e intelligence sottomarina
REDAZIONE – Non tutte le navi da guerra sono progettate per combattere in prima linea. Alcune hanno un compito molto più discreto, ma strategicamente fondamentale: ascoltare ciò che accade sotto la superficie del mare, individuare segnali, raccogliere informazioni e sviluppare tecnologie destinate a cambiare il futuro della guerra sottomarina. È il caso dell’ITS Alliance (A 5345), una delle unità più particolari e tecnologicamente avanzate impiegate nell’ambito della ricerca oceanografica e della sperimentazione subacquea della NATO.
Mentre l’attenzione internazionale si concentra sulle portaerei, sui cacciatorpediniere e sui sottomarini nucleari, questa nave opera in un settore meno visibile, ma sempre più importante per gli equilibri militari internazionali. Non dispone di armamenti offensivi paragonabili a quelli delle principali unità da combattimento e non è destinata a lanciare missili o a condurre attacchi. La sua risorsa più preziosa è rappresentata invece dai sofisticati sistemi di ascolto, rilevamento e ricerca scientifica che le consentono di studiare l’ambiente subacqueo.
La sua storia affonda le radici nella Guerra fredda, quando la capacità di individuare e seguire i sottomarini sovietici rappresentava una delle principali esigenze strategiche delle marine occidentali. Da allora, l’Alliance è diventata una piattaforma di riferimento per la ricerca nel campo della guerra antisommergibile e delle tecnologie per la sorveglianza dei fondali.
Una piattaforma progettata per ascoltare il mare
La caratteristica che rende l’Alliance particolarmente importante è la sua progettazione acustica. La nave è stata costruita per ridurre al minimo la propagazione del rumore prodotto dagli apparati di bordo nell’acqua. Una qualità fondamentale per le attività di ricerca che richiedono di rilevare segnali estremamente deboli senza essere disturbati dal rumore generato dalla stessa piattaforma.
Non si tratta, quindi, semplicemente di una nave oceanografica. È un vero e proprio laboratorio galleggiante, dotato di circa 400 metri quadrati di spazi destinati a laboratori e attività scientifiche, sistemi avanzati di navigazione e comunicazione, sensori, gru, verricelli e attrezzature per il varo e il recupero di apparecchiature subacquee.
La nave può imbarcare fino a 20 ricercatori e specialisti, oltre al personale militare. Tra le sue capacità figurano la sperimentazione di sonar, lo studio della propagazione del suono in acqua, la mappatura dei fondali e l’impiego di veicoli autonomi subacquei e di superficie.
Dalla Guerra fredda alle nuove sfide della NATO
L’Alliance è stata varata il 9 luglio 1986 nello stabilimento Fincantieri di Muggiano, a La Spezia, e consegnata alla NATO nell’aprile 1988. La sua gestione scientifica è affidata al Centre for Maritime Research and Experimentation (CMRE), struttura della NATO che ha sede a La Spezia e si occupa di ricerca e sperimentazione tecnologica in ambito marittimo.
Dal marzo 2016 la nave batte bandiera italiana ed è condotta da un equipaggio della Marina Militare, sulla base di un accordo con il CMRE. La proprietà e il controllo operativo scientifico restano invece in ambito NATO.
È un particolare importante: l’Alliance è dunque una nave NATO, ma rappresenta anche una significativa espressione delle capacità tecniche e professionali della Marina Militare italiana.
Robot subacquei, intelligenza artificiale e protocollo JANUS
Una parte sempre più rilevante delle attività dell’Alliance riguarda lo sviluppo di sistemi autonomi capaci di operare sott’acqua anche senza un collegamento diretto e continuo con le unità di superficie.
Questi strumenti possono essere impiegati per raccogliere dati oceanografici, esplorare fondali, individuare anomalie e monitorare infrastrutture strategiche come cavi per le telecomunicazioni e condotte sottomarine.
Tra le tecnologie di particolare interesse figura JANUS, lo standard NATO per le comunicazioni digitali subacquee, identificato dal protocollo STANAG 4748. Il suo obiettivo è consentire a dispositivi e sistemi sviluppati da Paesi diversi di comunicare attraverso un linguaggio comune, favorendo l’interoperabilità tra sensori, robot e piattaforme autonome.
Nel 2025 il CMRE ha avviato un gruppo di lavoro dedicato proprio alla diffusione e alla standardizzazione di JANUS nell’ambito dell’Alleanza atlantica. Una prospettiva che apre la strada a reti di dispositivi subacquei capaci di collaborare e condividere informazioni.
Il ritorno nel Baltico: le attività a ridosso dell’area russa
Uno degli episodi che ha attirato maggiormente l’attenzione degli osservatori militari riguarda la missione svolta nel Mar Baltico nel 2025.
Il 22 maggio di quell’anno, il NATO Research Vessel Alliance ha lasciato la base di La Spezia per una lunga campagna operativa tra il Baltico e le regioni artiche. La missione, annunciata ufficialmente dal CMRE, era destinata alla sperimentazione di nuove tecnologie per la protezione delle infrastrutture sottomarine strategiche.
Nel Baltico, la nave ha partecipato alle attività scientifiche collegate alla Task Force X, iniziativa della NATO finalizzata a rafforzare la sorveglianza e la protezione delle infrastrutture critiche subacquee.
Tra gli strumenti sperimentati figuravano sensori sottomarini avanzati, sistemi di allerta basati sull’intelligenza artificiale e MAINSAIL, una piattaforma sviluppata dal CMRE per il monitoraggio in tempo reale delle infrastrutture critiche sottomarine, già operativa dal dicembre 2024.
La missione ha assunto particolare interesse anche per la vicinanza alle aree strategiche russe, soprattutto alla regione di Kaliningrad, enclave russa affacciata sul Baltico e circondata da Paesi appartenenti alla NATO o all’Unione europea.
Nel giugno 2025, alcune ricostruzioni specialistiche hanno segnalato l’assenza del segnale AIS della nave durante le operazioni nel Baltico e la comparsa di dati di posizione anomali, compresi riferimenti a una presunta vicinanza alle coste russe. Non è tuttavia possibile ricavare da queste informazioni una conferma di una specifica missione d’intelligence o di un’attività clandestina nelle acque territoriali russe. I dettagli operativi delle singole attività scientifiche e militari non sono stati resi pubblici.
Una nave italiana al centro della ricerca strategica occidentale
Con i suoi 93 metri di lunghezza, 15,2 metri di larghezza e un dislocamento di circa 3.180 tonnellate, l’Alliance è una piattaforma specializzata che può raggiungere una velocità massima di circa 16 nodi e dispone di un’autonomia di 7.200 miglia nautiche.
La sua importanza è destinata a crescere in una fase storica in cui i fondali marini sono diventati un nuovo spazio di competizione strategica. Cavi sottomarini, condotte energetiche, reti di comunicazione e infrastrutture offshore rappresentano obiettivi sensibili per la sicurezza dei Paesi occidentali.
L’Alliance continua a essere uno degli strumenti attraverso cui la NATO sperimenta le tecnologie destinate a proteggere questo ambiente, sempre più esposto a rischi e minacce.
La sua missione non si esaurisce nella sorveglianza: significa sviluppare nuove capacità di conoscenza, individuazione e intervento in un ambiente nel quale le informazioni possono fare la differenza tra prevenire una minaccia e accorgersene quando è ormai troppo tardi.
Perché, nella nuova competizione navale, non conta soltanto chi dispone delle armi più potenti. Conta anche chi riesce a vedere, ascoltare e comprendere ciò che accade sotto il mare, senza essere individuato.
Fonti istituzionali per approfondire:
- Marina Militare – Scheda ufficiale di Nave Alliance.
- NATO CMRE – La missione nel Baltico e nell’Artico del 2025.
- CMRE – Ricerca sui sistemi autonomi e sul protocollo JANUS

